“CAROL”, qualche profana riflessione

5 gennaio 2016, il film esce finalmente nelle sale italiane e anch’io, piccola lesbica di provincia discretamente-ma-non-troppo-attratta dal fervente mondo LGBTQAI(E AFFINI) meneghino, mi lascio felicemente trascinare dalla follia lesbo-collettiva che la pellicola ha scatenato un po’ in tutti i nostri cuoricini colmi delle più alte aspettative:

Basta poiane, basta “sbandate” etero, basta finali tragici di amori impossibili e variamente irrealizzabili.

Il fatto che chi scrive non sia poi così del tutto immune, nè alle suddette “sbandate”, né ai finali tragici, né in generale alla simpatia che in fondo anche i rapaci suscitano nel mio animo eco-friendly, mina talmente a fondo la mia credibilità di recensitrice, dal portarmi a fare di questo post, più che una vera recensione, un coacervo di riflessioni a casaccio più o meno condivisibili.

Siamo a New York, negli anni ’50, luogo e tempo di per sé non felicissimo per chiunque si dovesse trovare a sentire la pesantezza di quel velo di patinatura sociale cucito dei più alti valori di rispettabilità morale che il consumo di svavillanti prodotti in formato famiglia (cristianissima e con bandiera a stelle e strisce sul patio, è chiaro) permetteva di acquistare, quando non naturalmente disponibili negli animi.

Se insomma ti chiami Therese Belivet, hai 19 anni, lavori ai grandi magazzini e la tua identità affettiva è comprensibile quanto l’utilità sociale di vendere bambole inquietanti a madri di famiglia cotonate indossando cappellini da Babbo Natale, la strada che ti trovi davanti in un contesto simile non è poi così spianata.

Non lo è neanche se ti chiami Carol Aird e ti trovi a dover nascondere sotto pellicce di visone e incorruttibili sorrisi al carminio il fatto che il tuo divorziante marito voglia portarti via tua figlia per motivi di “dubbia moralità”.

Se vi incontrate, e magari vi innamorate pure, ecco che il velo finalmente si strappa, con le inevitabili conseguenze che danno in parte vita al film. Solo in parte, perché in questo sta una delle principali e apprezzate novità portate da Todd Haynes: la storia non è tanto incardinata sull’eterno dilemma del “Chissà cosa la gente penserà di noi”, quanto sulla scoperta di sé e dell’altra, di un amore che prende forma più attraverso gli sguardi che con le parole, mentre le domande vengono lasciate allo spettatore, cullate dalla delicatissima lentezza di una sceneggiatura che lascia tutto il tempo necessario per riflettere. Tanto che, al di là delle intenzioni del regista, delle quali non vorrei entrare troppo in merito, ognuna di noi ha potuto ricavare qualcosa di personale dalla storia.

Ecco cosa ne ho ricavato io:

Carol è un personaggio affascinante, ma molto molto enigmatico. È l’incarnazione della donna consapevole di sé, della propria carica seduttiva, del proprio potere autoaffermativo che sfocia ardentemente, e insieme smussa i propri spigoli più acuminati, nella presa di posizione nei confronti della figlia, in una delle scene a mio parere più alte dell’intero film.

Eppure, la noncuranza con la quale questa consapevolezza viene talvolta, velatamente, sbattuta in faccia a Therese -piccola donna in costruzione che, al contrario, è solo all’inizio del proprio percorso autoconoscitivo, ancor prima che autorealizzativo- ha fatto sì che dalle mie personalissime porticine del risentimento facesse capolino uno spiraglio di irritazione.

Tra le righe ho letto più che una vera, completa, cosciente storia d’amore tra due donne alla pari, quella di un sentimento iniziatico e un tantino a senso unico, alimentato dalle insicurezze di una giovane ragazza che riversa su di sé la colpa per tutti i muri con i quali la loro relazione si scontra, che soffre e perdona in continuazione.

Sembra insomma essere un amore che sa stare in piedi solo in quei centodiciotto minuti di film, e che al centodiciannovesimo ci lascia con un tantino di perplessità.

carol-1

Richiudendo le personalissime porticine del risentimento, mi sento di dire che ci troviamo di fronte a un’opera ben riuscita, in cui le donne (purché abbiano già brillantemente valicato lo scoglio dei vent’anni di età, precisiamo) ne escono vincitrici.

Fortunatamente, le relazioni non sono mai perfette, ma sono proprio i successi e i fallimenti dei tanti amori che, prima durante e dopo i tempi di “Carol”, sono continuamente nati, cresciuti, scoppiati, spenti, rinnovati, a portare a questo;

Al fatto che in una sera di inizio gennaio possiamo finalmente trovarci tutte insieme, mano nella mano, giovani, anziane, uomini, donne, etero o no, a goderci e commentare un bel film, bevendo vino di dubbia qualità, condividendo lo stesso tavolo, mentre al piano di sotto uno sconosciuto alla chitarra canta di quanto sia fottutamente bello vivere e viverci per quello che siamo, brindando alla nostra libertà.

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