Le fotografie orgogliose di Giovanni Rodella

Dal 21 al 23 giugno 2017, nel corso della Pride Week milanese, l’Università degli Studi di Milano ha ospitato la mostra Cercando il paradiso perduto – Quarant’anni (e passa) in movimento, organizzata da GayStatale e dal magazine online Cultweek.

A dispetto della breve durata dell’esposizione, si è trattato di un’occasione – nel suo piccolo – storica, e questo per due ragioni: una è naturalmente il contenuto della mostra, incentrata sugli scatti del fotografo “ufficiale” del movimento LGBT, Giovanni Rodella, il quale ha documentato eventi come il Festival del proletariato giovanile di Parco Lambro del 1976 e il World Pride del 2000, passando per i camping organizzati da Lambda e per la Giornata dell’orgoglio omosessuale del 1980.

La seconda ragione è che la mostra è servita a celebrare degnamente il fatto che per la prima volta l’Università Statale abbia concesso il patrocinio al Milano Pride. Per chi si fosse perso la mostra, pubblichiamo qui un’intervista allo stesso Giovanni Rodella, intervenuto all’inaugurazione assieme allo storico attivista Felix Cossolo. Inoltre trascriviamo qui anche gli interventi introduttivi redatti da Stefano Bolognini, Giovanni Dall’Orto, Davide Jin, Alessandra Lanza, Luca Locati Luciani, oltre che dallo stesso Rodella.

Cercando il paradiso perduto

È un dato di fatto che gli anni Settanta e i primi anni Ottanta del secolo scorso sono stati l’espressione della riscoperta del privato che diventa pubblico. Forse il primo simbolo di società globalizzata, dove il corpo si veste e si sveste liberandosi di complessi e tabù. E nel ripercorrere gli scatti eseguiti in quegli anni riemerge in me una frenesia liberatoria, oggi difficilmente riproponibile. Sono sempre stato disincantato di fronte alla morale imposta dalla cultura clericale e che rende la vita ipocrita anche negli affetti. La scelta del “nudo” in alcune foto rientra dunque nell’ambito della libera espressione: non è “forzato”, è semplicemente una riconferma che i proibizionismi non hanno ragione d’essere, nella convinzione che sono “altri” i problemi di cui la società deve occuparsi.

Il titolo della mostra, Cercando il paradiso perduto, si ricollega ad un fotolibro – credo il primo in Italia dedicato alle tematiche GLBT (edito da Gammalibri nel 1981 e curato da Felix Cossolo e Ivan Teobaldelli) – a cui diedi, per la parte fotografica, un sostanziale contributo. Trattava di alcuni momenti di vita comunitaria gay. A quel tempo, avendo da poco iniziato la professione aprendo un studio fotografico, acconsentii a mettere solo il nome di battesimo: Giovanni di Mantova; così, velatamente…

La mostra inizia dal 1976, data in cui iniziai a documentare i primi eventi politici del gruppo gay italiano, il Fuori!… e poi Parco Lambro e le Giornate dell’orgoglio omosessuale a Bologna nel 1980. A questi eventi si sono affiancate altre iniziative prettamente culturali come il festival di cinema/musica/teatro gay a Parma del 1977, oltre agli edonistici e appassionanti campeggi in Grecia e a Capo Rizzuto organizzati dal mensile Lambda. Il mio arrivo a Firenze negli anni Ottanta fu un salto nel buio: un nuovo studio fotografico, con le iniziali difficoltà, e un periodo, quello dell’AIDS, nel quale tutti gli spiriti gioiosi vennero un po’ sopiti. Proprio a Firenze nel 1991 ci fu un convegno mondiale sull’AIDS e in seguito feci un servizio a un matrimonio “civile” transgender.

Negli anni seguenti ho documentato il progetto Friendly Versilia e la mostra Vade Retro alla palazzina di Santa Maria Novella, il Pride di Bologna del 2008 e, a Pisa nel 2009, la ricorrenza dei trent’anni della prima manifestazione pubblica contro atti di violenza omofobica avvenuti in Toscana nel ’79. Arrivando ai giorni nostri, troviamo il terzo convegno dell’associazione radicale Certi Diritti, a cui hanno partecipato molti volti storici del movimento LGBTI per raggiungere accordi sul matrimonio egualitario, e poi una manifestazione tenuta dalle Famiglie Arcobaleno in occasione del convegno della Leopolda prima dell’approvazione della legge sulle unioni civili, passata omettendo il riferimento alla stepchild adoption.

Giovanni Rodella, fotografo

Giovanni Rodella e Felix Cossolo alla mostra “Cercando il paradiso perduto” (Milano, 21 giugno 2017), Roberto Mariella

Ho ventidue anni…

Ho ventidue anni. Appartengo alle giovani generazioni a cui penso questa mostra si rivolga. Per noi giovani è spesso controintuitivo fermarsi e guardarsi indietro per vedere – se non per capire – ciò che è stato; e sembra connaturata al nostro concetto di gioventù l’idea che il giovane debba sempre diffidare nelle narrazioni che non siano le proprie. Si cerca prima di tutto di esperire in prima persona cosa sia il mondo. Questa idea è la stessa che influenza la nostra protensione verso le promesse del futuro, dove il discrimine per il loro realizzarsi è nel nostro impegno nel presente. In tutto ciò la contemplazione del passato sembra potersi ritagliare poco spazio nel nostro interesse…

Ma più si vive con cognizione dei contenuti e dei significati, più ci rendiamo conto di come i confini del significante “passato” si dissolvano in una continuità che raggiunge il vivere presente. Li cogliamo come tracce o come causa di ciò che è “l’ora e l’adesso”. Questa mostra è una di queste tracce; una finestra aperta dalla fotografia di Giovanni Rodella, che offre scorci di cosa è stata la comunità GLBT in Italia. Ciò che offre però non è una semplice contemplazione ma anche una connessione con quegli stessi soggetti ritratti. Queste foto ci rendono partecipi e ci fanno riconoscere in una comunità; e, oltre a riconoscerci, ci dovrebbero rendere riconoscenti per i diritti di cui godiamo e per come possiamo vivere oggi, poiché l’abitudinaria fruizione dei diritti ci fa spesso scordare di quanto nulla di tutto ciò sia ovvio e di quanto sia stato difficile arrivare a poter vivere liberamente “quelloche-noi-siamo” e amare chi vogliamo.

Davide Jin, studente e membro di GayStatale

Gay Greek Camp (Grecia, 1978), Giovanni Rodella

Il passato non è mai morto

Le comunità si basano sulla storia. Ogni gruppo, grande o piccolo, è tale per il fatto di condividere una storia: una lingua, un passato, una religione, un’esperienza umana… non importa di cosa si tratti, ma non esiste comunità senza condivisione. La nascita del movimento gay in Italia porta con sé la chiara coscienza di questo fatto, e dell’esigenza di documentare la storia gay “nel suo farsi”. Giovanni Rodella fu uno dei pochi che assunsero su di sé questo impegno, in un’epoca in cui la fotografia era un’attività relativamente dispendiosa e faticosa. È grazie a questo suo sforzo se possiamo vedere e ricordare oggi “come eravamo”, ma soprattutto “da dove veniamo”, a vantaggio soprattutto di chi in quegli anni non era ancora nato e ha solo sentito raccontare di quel periodo d’esaltata scoperta d’una libertà fino a quel momento impossibile. Oggi le foto di Rodella, generosamente rese pubbliche sull’enciclopedia LGBT online Wikipink, sono a disposizione per chiunque ne avesse bisogno per ricerca, documentazione o semplice curiosità.

Alla generazione più giovane dico: quando quelle foto sono state scattate, avevamo la vostra età, e avevamo di fronte una società che ci diceva che, semplicemente, noi omosessuali non esistevamo. Gli omosessuali erano malati, e i malati non sono gruppi sociali o politici con rivendicazioni: sono persone che soffrono e al massimo necessitano di cure e assistenza, ma di nient’altro. Sono passati molti decenni: non abbiamo lavorato invano, e grazie a questo lavoro qualche briciola (come la legge Cirinnà) ci è stata controvoglia concessa. Ma gli esseri umani sono intelligenti. Lo siamo noi, che abbiamo usato cultura e intelligenza per la nostra battaglia. Ma lo sono anche i nostri nemici, che hanno capito che non potevano più usare gli slogan di ieri, e quindi li hanno adattati ai tempi. Anche oggi, come quarant’anni fa, la sfida alla vostra generazione sono coloro che dicono che non esistiamo. Perché «l’omosessualità è una costruzione sociale». Perché «definirsi, è limitarsi» (e quindi ci si chiede come un gruppo sociale che non è neppure capace di definirsi possa poi definire le proprie rivendicazioni e i propri diritti!). Perché «dobbiamo andare oltre le definizioni», e diventare un magma, un brodo in cui naviga una pastina di lettere, (lgbtquiae*pqrstuvz) che galleggiano ciascuna separata dalle altre, senza mai riuscire a diventare testo, senso, significato per le nostre vite.

Faulkner diceva: «Il passato non è morto. Anzi, spesso non è neppure passato». Le sfide di ieri sono ancora le sfide di oggi.

Giovanni Dall’Orto, storico e attivista

Giornata dell’orgoglio omosessuale (Bologna, 28 giugno 1980), Giovanni Rodella

Campeggi, arcobaleni e lotte

Sono passati ormai molti anni da quando conobbi Giovanni Rodella per la prima volta. All’epoca avevo da poco trovato in un mercatino la collezione completa di Lambda, il periodico gay diretto da Felix Cossolo e in attività tra il 1976 ed il 1982, nel quale erano apparse sue foto, scattate durante il Gay Greek Camp dell’agosto del 1978. Per chi non lo sapesse, questo campeggio era stato organizzato dallo stesso Lambda, col fine di aiutare l’Akoe, organizzazione gay greca, nella protesta contro il progetto del governo ellenico di equiparare l’omosessualità alla prostituzione. Le autorità locali crearono non pochi problemi ad organizzatori e partecipanti, che dovettero spostarsi continuamente, da Katakali all’isola di Paros. Ma fu anche grazie al clamore suscitato da questa iniziativa se nessuna legge omofobica fu poi approvata, mentre Mykonos divenne di lì a poco meta turistica gay per eccellenza.

Giovanni, con la sua macchina fotografica, documentò ogni aspetto di questa sorta di pellegrinaggio gayo in salsa greca, dai corpi nudi dei giovani campeggiatori, alle feste en travesti, ai baci frutto di qualche amorazzo agostano. Scene di vita quotidiana, potenziate mille volte da un obiettivo usato con maestria. Colpito dalla bellezza di questi scatti, cercai di trovare un modo per conoscere l’autore, e l’occasione mi venne data da comuni amici, che me lo presentarono. A casa sua, ebbi modo di consultare tutto il suo archivio fotografico, una vera e propria miniera di immagini relative ad oltre 40 anni di attivismo e vita sociale LGBT. Ricordo ancora le bellissime foto scattate durante un carnevale del 1978 presso la discoteca Carnaby di Desenzano sul Garda, all’epoca molto gay friendly.

Nello stesso periodo, a Firenze, si stava tenendo una mostra di sue fotografie legate proprio ai campeggi gay organizzati da Felix Cossolo. Mi venne l’idea di replicare questa mostra altrove, ampliandola con parte del materiale che avevo visionato a casa sua. Purtroppo la cosa non si concretizzò, ma continuai a pensare che fosse necessario rendere pubblica almeno una parte del suo lavoro come fotografo. Per questo non posso che essere entusiasta del fatto che il collettivo GayStatale sia riuscito a fare quello che da anni mi auspicavo avvenisse: mostrare una parte importante di storia del movimento LGBT italiano attraverso la vita, le lotte, i divertimenti, le sconfitte che trasudano da ogni foto di Giovanni Rodella.

Luca Locati Luciani, collezionista

Giovanni Rodella e Felix Cossolo alla mostra “Cercando il paradiso perduto” (Milano, 21 giugno 2017), Roberto Mariella

Liberare il corpo

L’interesse per la fotografia del Novecento di e per omosessuali, negli ultimi anni, è vivacissimo in tutto l’Occidente, mentre l’Italia se ne sta alla finestra. Così la Svizzera pubblica Werner Bandi Swiss Nudes 1943-1952, gli scatti omoerotici di quello che potremmo definire un proto-militante omosessuale, tanto che collaborava con Der Kreis, una rivista che verso la metà del Novecento portava avanti una battaglia culturale e sociale in difesa dei diritti di tutti gli omosessuali. La Germania ha ampiamente analizzato il corpus fotografico di Konrad Helbig, un altro fotografo amatore che aveva scelto l’Italia e la bellezza italiana per i suoi scatti. E potremmo continuare a lungo…

Ho scelto deliberatamente di citare questi lavori sul nudo maschile perché sintetizzano perfettamente l’esordio della battaglia di liberazione dei corpi (che è stata all’origine del movimento omosessuale) e quindi rimandano immediatamente ad alcuni degli scatti di Giovanni Rodella del 1976 al Festival del proletariato giovanile a Parco Lambro a Milano. Sono scatti che con enorme potenza espressiva riportano alla luce anni nei quali il dibattito sul corpo – certo – ma anche sull’esistenza, il futuro e la libertà aveva trovato un’espressione pubblica vivacissima, che Rodella ci restituisce nel suo lavoro.

Quella liberazione osata dal movimento omosessuale italiano raccontata dal fotografo a partire da Cercando il paradiso perduto, rarissima testimonianza fotografica del movimentismo pre-Arcigay, è madre della liberazione che viviamo oggi. Ed è stata dimenticata troppo rapidamente. Bisogna transitare da Massimo Consoli, altro militante gay, nel suo volume Bandiera gay. Storia del movimento gay attraverso l’Archivio Massimo Consoli per recuperare altri frammenti fotografici che danno un senso a una storia, quella del movimento LGBT italiano, che è ancora ben lungi dall’essere stata raccontata.

Insomma, nel nulla italiano il lavoro di Rodella rappresenta un contributo preziosissimo che ci restituisce volti, storie, corpi e affetti che hanno trovato, solo grazie alle lotte di cui lui è stato testimone, piena cittadinanza. Ma non ancora la dignità che meritano. Se lo scopo del movimento gay era liberare il senso di bellezza insito nella parola omosessualità, Rodella è tra coloro che hanno lavorato attivamente per farlo.

Stefano Bolognini, direttore del mensile Pride

Autoritratto di Giovanni Rodella alla Giornata dell’orgoglio omosessuale (Bologna, 28 giugno 1980)

Fotografare ora per capire in futuro

Uno degli aspetti che ritengo più funzionali e insieme magici della fotografia è la sua capacità – o il suo metterci nelle condizioni – di creare connessioni che non sono manifestazione di un ragionamento tecnico e operativo, quanto piuttosto di un sentimento e, in alcune occasioni, di un senso di appartenenza istintivo e profondo. Non c’è niente di più forte delle immagini per riattivare nella collettività una memoria che il tempo scolorisce.

L’attivazione della memoria attraverso la fotografia è scatenata da un lato dal suo essere documento del reale, dall’altro dal suo valore soggettivo. Un valore che si esprime anche per chi non ha potuto vivere un momento, privato, pubblico, oppure storico, ma in cui riconosce i tratti del presente. In queste fotografie è palpabile l’urgenza cui ha risposto Giovanni Rodella nello scattarle, la voglia di documentare, cosciente e non cosciente, dei momenti che fanno parte di una storia che si è evoluta grazie a chi ne ha preso attivamente parte e di cui vediamo il volto, certe volte ritratto al volo tra la folla, altre in posa, protagonista fiero e consapevole. Cartier Bresson diceva che «la maggior parte delle fotografie ti sfuggono nel momento in cui le scatti, il che significa che non c’è modo di sapere di preciso quali ne saranno le conseguenze, né a che punto acquisteranno un senso compiuto. Puoi solo lavorare d’istinto».

Certo, Bresson era “quello del momento decisivo”, ma forse, per estensione, potremmo dire qualcosa di analogo per Rodella, che nel documentare il movimento di quegli anni riconobbe una necessità e ne seguì l’impulso. Forse senza farsi domande e senza immaginare che anni dopo, a guardare indietro, tutto quello avrebbe davvero acquisito un senso. Le immagini più riuscite sono quelle in cui il fotografo si avvicina, entra nella vita degli altri, coglie il sorriso dietro uno striscione o momenti, come quelli del trucco, che riescono a essere più intimi di un nudo. Belle di per sé, ma che acquistano valore solo se accettiamo di allargare lo sguardo tanto alle piazze in festa in bianco e nero di Rodella quanto a una generazione di cui molti di noi non hanno fatto parte, ma che dovremmo ringraziare.

Alessandra Lanza, fotografa e redattrice di Cultweek

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