Qualche riflessione sul DDL Cirinnà

A poco più di quindici giorni dall’inizio della discussione sul DDL Cirinnà in Senato, la polemica imperversa su telegiornali, quotidiani, talk shows, parrocchie e perfino nei circoli della briscola e nelle bocciofile. Ma iniziamo facendo un passo indietro, guardando a ciò che  è successo in Europa e nel Mondo lo scorso 2015, anno fondamentale e di enormi progressi per la tutela e la promozione dei diritti LGBT.

1) La “CATTOLICISSIMA” Irlanda lo scorso maggio ha inserito in Costituzione, attraverso un referendum popolare passato con oltre il 62% dei voti favorevoli,  la possibilità per due persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio.  Ora l’art. 41 della Cost. Irlandese recita  «Marriage may be contracted in accordance with law by two persons without distinction as to their sex».

2) Il 26 giugno 2015 la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha dichiarato incostituzionali le leggi dei singoli stati americani che vietavano l’introduzione del matrimonio tra persone dello stesso sesso; letta a contrario, ha obbligato gli stati americani a introdurre questo tipo di riconoscimento. Tra le motivazioni della sentenza si legge una frase di una semplicità e schiettezza esemplari, che potrebbe benissimo essere tradotta e applicata in qualunque democrazia occidentale: “They ask for equal dignity in the eyes of the law. The Constitution grats them that right”.

3) Caso Oliari&altri vs Italia, deciso dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo il 21/07/15: la Corte di Strasburgo ha accertato la violazione dell’art. 8 CEDU da parte dell’Italia per aver omesso di adottare una legislazione diretta al riconoscimento e alla protezione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Ha condannato lo Stato a risarcire le coppie che avevano fatto ricorso e invitato il Legislatore italiano a colmare il vuoto normativo.

4) Settembre 2015: il Parlamento Europeo, in un rapporto sulla tutela dei diritti fondamentali nell’UE, chiede all’Italia e ad altri Stati membri di adottare al più presto leggi nazionali che regolino la convivenza tra persone dello stesso sesso, il matrimonio egualitario o che riconoscano le famiglie omogenitoriali. Con questa risoluzione si chiede anche alla Commissione Europea di presentare una proposta legislativa che garantisca il mutuo riconoscimento delle unioni e dei matrimoni registrati in altri paesi in modo da «ridurre gli ostacoli amministrativi e giuridici discriminatori che devono affrontare i cittadini» per esercitare il loro diritto alla libera circolazione. La Grecia, che come noi non aveva una legislazione in materia, ha provveduto prima di Natale, riconoscendo le unioni civili. La Grecia ha fatto i compiti a casa, noi no.

Questo è il quadro internazionale in cui si pone il nostro Bel Paese. Da noi, la polemica ruota attorno a due punti centrali: la necessità (o meglio, l’urgenza) di una legge che regolamenti la convivenza tra persone dello stesso sesso e l’istituto della cosiddetta “stepchild adoption”, cioè la possibilità di estendere la responsabilità genitoriale del figlio biologico all’altro genitore “sociale” (NON E’ L’ADOZIONE TOUT COURT COME VORREBBERO FAR CREDERE ALCUNI, che rimane – ad oggi – preclusa ad una coppia omosessuale).

Sul primo punto, mi pare non ci debbano essere discussioni data l’arretratezza con cui ci stiamo muovendo, se pensiamo che il primo paese che ha riconosciuto questi diritti è stata la Danimarca nel lontanissimo 1989. Questa legge in Italia è stata promessa più volte, e si era arrivati quasi a un risultato con il governo Prodi II che però, cadendo nel 2007, fece insabbiare il DDL sui DICO. Ora è il 2016 e sono passati nove anni in cui è stata la giurisprudenza a supplire alle irragionevoli e irritanti mancanze della politica: i magistrati hanno iniziato a trascrivere i matrimoni contratti all’estero, a concedere la possibilità di visitare il “convivente” malato in ospedale (questa è dignità umana prima ancora che diritto), a garantire sempre più tutele alle coppie gay, finché le più recenti sentenze delle Corti d’Appello di Milano e di Roma (Dicembre 2015), in due casi analoghi, hanno riconosciuto l’istituto della stepchild adoption (e allora, come si fa a non codificare qualcosa che la giurisprudenza dà già per assodato?)

Venendo al secondo nodo del DDL, non si dovrebbe accettare l’approvazione dello stesso qualora venisse inserito, al posto della stepchild, un istituto ibrido come “ l’affido rafforzato” secondo le ultime indicazioni dei Cattolici DEM e i Centristi, fatto che abbasserebbe ancora di un grado l’asticella di quei diritti già minimi che questa legge intende andare a coprire. Questo strano istituto risulterebbe contrario ad uno dei principi supremi che regola il diritto di famiglia, cioè il preminente interesse del minore e introdurrebbe un affidamento durevole fino al raggiungimento della maggiore età del minore stesso, condizione inedita nell’ordinamento italiano e in quelli internazionali (l’affidamento preadottivo per le coppie eterosessuali in Italia dura solitamente un anno). Con l’affido rafforzato, infatti, i minori biologici o adottivi di uno dei partners dell’unione civile potrebbero essere affidati all’altro partner, fino alla propria maggiore età, quando l’altro genitore “è ignoto, è deceduto o decaduto dalla responsabilità genitoriale”. Quando il minore raggiunge la maggiore età o in caso di morte del genitore biologico, il partner affidatario può avanzare richiesta di adozione la quale però, non essendo un obbligo, fa venir meno la garanzia della continuità affettiva e della tutela dell’affidato. Così l’affidamento risulterebbe un istituto meno tutelante per il minore, in quanto non andrebbe a creare la continuità affettiva e la certezza nei rapporti, tanto che paradossalmente il genitore affidatario potrebbe sottrarsi a quegli obblighi che discendono dalla responsabilità genitoriale senza essere sanzionato. E’ così che si vuole tutelare il minore? Garantendogli meno diritti e affievolendo le responsabilità dei genitori? La stepchild adoption è dunque un istituto che garantirebbe diritti minimi alle famiglie omogenitoriali, al contrario di un affido rafforzato che continuerebbe a marcare la differenza sempre più discriminatoria tra i figli di coppie eterosessuali e figli di coppie omosessuali.

Al di là degli aspetti tecnico-giuridici che lasciano ancora qualche dubbio (es la stepchild adoption non fa sorgere vincoli di parentela con i nonni, zii etc.), a me personalmente il DDL Cirinnà sembra un discreto punto di partenza. Una volta approvato, ci sarà, e sono sicuro di questo, ampio margine per la giurisprudenza, forse anche quella costituzionale, per modificare alcuni istituti, rendendo l’unione civile e la sua disciplina sempre più simile al matrimonio, in attesa -si spera- di ulteriori, lungimiranti e doverosi passi di una politica che fino a questo momento non si è mostrata all’altezza.

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