Rivelarsi rivoluzionando.

 

 

In barba ai disperati sforzi dei fanboy e delle fangirl della famiglia tradizionale, non si può negare che, negli ultimi decenni, i diritti arcobaleno non abbiano fatto altro che fiorire in tutto il mondo occidentale, punteggiandone il prato di primule colorate.
Ormai l’aria è cosí frizzante che è difficile non pensare all’arrivo imminente della primavera, e il sentore comune è che il futuro sia già gravido di diritti, indipendentemente dal fatto che lo si attenda con trepidazione o che si cerchi in tutti i modi di sventare l’apocalisse.
Poco importa che le accuse di essere “medievali” e le frasi “siamo nel 2016!” non siano chissà quali argomenti filosofici, perchè sono frasi che tutti sentiamo come vere, anche coloro che non lo ammetterebbero mai.
Bene o male si può dire che, nella macchina inarrestabile del progresso, i diritti gay siano visti ormai come passaggio obbligato, per cui “prima o poi” le unioni civili ci saranno, e “prima o poi” si avrà anche il matrimonio egualitario.
È solo questione di tempo. O no?

È difficile, audace, ed estremamente presuntuoso, cercare di vedere il futuro senza un’apposita sfera di cristallo. I meccanismi alla base del processo storico sono millemila, e forse molti non sono neanche meccanismi; ad ogni modo si può dire qualcosa riguardo al perchè l’onda arcobaleno sembri cosí inarrestabile.
Tutto si spiega nel coming out: il punto di non ritorno, non solo per chi lo fa, ma per tutta la comunità.
Dal momento in cui, infatti, per chi non è eterosessuale o cisgender, diventa possibile fare coming out e vivere la propria vita, la strada è in discesa, e tornare indietro è doppiamente più faticoso.

Questo dipende dalle fondamentali peculiarità che hanno le persone LGBT rispetto a quasi ogni altro gruppo storicamente vittima di oppressione.
La comunità LGBT è in primo luogo capillare. Persone queer possono nascere in ogni tipo di contesto e famiglia, indipendentemente da colore della pelle, cultura, religione o ceto sociale.
In secondo luogo, gli LGBT sono trasparenti, ovvero non sono facilmente identificabili come “altri”, a meno che loro stessi non si rivelino.
La conseguenza è che non si può mai instaurare una vera e pripria distanza sociale tra queer e eterosessuali, perchè in questo caso oppressi e oppressori sono emotivamente e relazionalmente collegati, al punto che diviene fondamentalmente impossibile per i membri di un gruppo decidere di non instaurare relazioni con i membri di un altro gruppo.

Mentre il punto di svolta della lotta al razzismo è che i membri dei due gruppi iniziano a legarsi emotivamente per scoprirsi simili, nella lotta all omofobia i due gruppi, paradossalmente, si amano già. Perchè la pelle scura si vede, un cuore arcobaleno no.
Nel fare coming out, un individuo rivela il proprio colore a tutti coloro che lo amano già, e li sfida a confermare questo amore.
Sebbene la rete di relazioni dell’individuo può uscirne gravemente mutilata, chi decide di non rinunciare alla propria omofobia ne paga il prezzo: la sua relazione con una persona, ed è un prezzo che non tutti sono disposti a pagare.

Il coming out si rivela strumento di terraformazione, il quale, creando un suolo più tollerante, favorisce a sua volta che altre persone LGBT si rivelino, instaurando un circolo virtuoso che corrode irreversibilmente ogni tentativo di retorica “noi contro loro”, perchè rende evidente che un “noi” e un “loro”, in realtà, non sono mai esistiti.

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