The Danish Girl: vite a confronto

“Non importa come mi vesto; quando sogno, sono i sogni di Lili” La forza di un film come The Danish Girl può essere riassunta in questa frase.
Per spiegare il perchè, devo fare una piccola digressione personale: Durante una manifestazione che ha cambiato la mia vita, qualche tempo fa, ho incontrato una persona che conoscevo. Una persona che mi ha visto nascere e mi ha cresciuta, uno degli affetti più cari. L’ho abbracciata, non ci vedevamo da un po’. Poi ho rialzato lo sguardo. Ho fissato il badge che portava appuntato sul petto. E sono rimasta con gli occhi fissi tre, quattro, cinque minuti. Non mi raccapezzavo. Ho avuto qualche minuto in cui non ho connesso, non ho fatto due più due. Poi è stata lei, a chiamarmi da parte, e a dirmi: “Tocca la mia faccia”. L’ho accarezzata, ho sentito la sua pelle. E lì sono riemersa. Lì ho visto il rossetto, ho visto il suo volto. Quella persona, quella donna, io la conoscevo con un altro nome. Eppure, da quel momento, quel nome ha smesso di esistere. Non ho dovuto imparare, capire, accettare. Lei è stata lei, punto. La persona a cui volevo bene. La donna a cui voglio bene.
Ecco perchè aspettavo The Danish Girl come si aspetta il racconto di un pezzo di sè. Ecco perchè sapevo che le parole di Lili Elbe: una delle prime transessuali della storia, le avrei riconosciute, per averle ascoltate, – e poi fatte mie e raccontate – da una voce che mi è cara.
E’ un film, questo, che prende a prestito da un romanzo, che a sua volta prende da una vita. Quella di Lili Elbe, appunto, a cui alla nascita, a Vejle, in Danimarca, nel 1882, è stato dato il nome di Einer Wegener.
A darle il volto un Eddie Redmayne straordinario, che avrebbe vinto l’Oscar a mani basse se non si fosse scelto di darlo a Di Caprio praticamente d’ufficio.
Quasi più affascinante come Lili che nei suoi panni, Redmayne ha dichiarato di aver frequentato per molti mesi la comunità T*, preparandosi alle riprese, e di aver sentito sulla propria pelle la paura, e il giudizio.
Sono andata al cinema avendo letto la biografia di Lili prima, e il romanzo poi: é vero: questo film non è definitivo, non è storicamente impeccabile e non è esente da imprecisioni, oltre che punteggiato di imput sviluppati poco – una su tutte le emorragie che colpiscono Einar. Tuttavia è un film prezioso paradossalmente proprio per le sue imprecisioni storiografiche
Esempio lampante la moglie di Lili, Gerda – Greta, nel romanzo: la donna che sceglie di aiutare Lili ad essere chi è veramente, che decide di rimanerle accanto, nonostante di fatto subisca la scomparsa di Einar e la nascita di Lili.
Nel romanzo, infatti, Greta accetta Lili prima ancora che lo abbia fatto lei stessa, la prende per mano guidandola ad emergere, ed è con il procedere del suo adeguamento alla vera sè che – forse sovrastata dagli eventi – le si allontana.
La Gerda del film invece non nasconde il proprio dolore, il proprio dissidio, il proprio percorso. Tutt’altro. Lo sfoga con tutta la rabbia e le lacrime che sente di dover versare, per il marito perduto. Ma piano piano e all’ultimo istante,  la persona che ha davanti, per lei sarà Lili, soltanto Lili, ed è questo il momento più importante. Non lega suo marito a sè, non si affeziona spasmodicamente a ciò che non c’è più. L’ultimo nome a salirle alle labbra è quello di Lili.
Questo affascinante film spiega poco, lasciando forse troppo nel campo pericoloso della parola scelta. E tuttavia, per chi voglia davvero conoscere le persone, le questioni le pone, tutte. Anche e forse soprattutto quella relativa all’esigenza vera e profonda, di assomigliare a se stessi, così difficile, per alcuni, da concepire, se non la si è vissuta sulla propria pelle.
A me, che pure sono, e che certo non mi reputo migliore di nessuno, resta indigesta l’idea che ci sia bisogno di accettare un’altra persona, che si possa non comprendere, non provare a immaginare come debba sentirsi chi si ritrovi – sfruttando l’immagine della mia cara amica – a svegliarsi e a viversi cane lupo sapendo di essere uomo.
E tuttavia questa esigenza di comprensione c’è, e le lacrime che sgorgano assieme a quelle di Lili e di Gerda, – una Alicia Vikander che invece l’Oscar l’ha ottenuto con pieno merito, malgrado una Academy che ha dimostrato più volte una strisciante ostilità verso il mondo LGBT – sono sincere e spesso incontrovertibili, ma soprattutto riescono a non essere di compassione, ma fanno l’impossibile per essere di empatia. L’unico sentimento necessario.

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One Comment

  1. 7 marzo 2016

    Andrò a vedere il film quanto prima, ma leggere questo articolo già mi emoziona. E lo rileggo, lo rileggo ancora, perché la vita che c’è dentro è quella che vorrei e che sogno, tutti i giorni, che possa realizzarsi.

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